Collezionisti, mercanti, restauratori e falsari tra Ottocento e Novecento

Di Laura Corchia

Nell’antichità romana si collezionavano opere greche e questo fenomeno diede avvio alla grande produzione di copie. Nel Rinascimento, oltre alle sculture classiche, si diffuse il collezionismo dei grandi maestri. Il collezionismo borghese si è diffuso invece con i cambiamenti sociali determinati dalla Rivoluzione Francese.

Nell’Ottocento, accanto al restauro ufficiale praticato nelle Gallerie, esisteva il restauro di opere appartenenti a collezionisti privati che, per ragioni estetiche e commerciali, desideravano opere perfette ed integre e, pertanto, erano sostenitori di un restauro lontano da quello propugnato dal Cavalcaselle.

Se la scuola lombarda era legata al mondo del collezionismo privato e delle sue esigenze, la scuola fiorentina si rivelò più aperta alle teorie del Cavalcaselle. Tuttavia, nella città toscana esisteva anche un ambito di restauro antiquariale.

In questo periodo, il commercio delle opere d’arte non era disciplinato da una normativa e, pertanto, i manufatti artistici erano considerati al pari di tutte le altre merci e potevano essere venduti liberamente fino a che la crisi del 1929 la legge di tutela 1089 del 1939 non determinarono un rallentamento delle esportazioni.

L’America, fino al 1929, era stata il maggior acquirente di opere d’arte italiane. Antiquari come Stefano Bardini, Elia Volpe e Contini Bonacossi riuscivano a far partire navi cariche di casse contenenti opere d’arte e dirette verso gli Stati Uniti. Per poter affrontare il viaggio e apparire in perfette condizioni, le opere erano sottoposte a trasporti e parchettature e quasi nessuna giungeva a destinazione con il suo supporto originario.

Questo tipo di restauro aveva una conseguenza immediata: la produzione di falsi. Uno dei più abili falsari del periodo era il senese Icilio Federico Ioni, autore anche di una Autobiografia di un pittore di quadri antichi nella quale giustificava la propria attività scaricando letteralmente la responsabilità sugli acquirenti, considerati incapaci di considerare le sue produzioni come opere false. Del resto, i pittori del quattrocento senese sono facili da imitare perché nel corso della loro attività mantennero una costante cifra stilistica.

Icilio Federico Joni (1866-1946) Madonna col Bambino tempera e oro su tavola, cm 38x25

Icilio Federico Joni (1866-1946)
Madonna col Bambino
tempera e oro su tavola, cm 38×25

Un altro falsario senese fu Umberto Giunti, che preparò finti frammenti di affresco staccati che a lungo ingannarono esperti e musei. Fu Federico Zeri a riconoscere queste opere come dei falsi e a coniare per Giunti il curioso nome di “falsario del calcinaccio”.

Umberto Giunti, finti frammenti di affreschi

Umberto Giunti, finti frammenti di affreschi

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