“C’era una volta”, la poesia di Ungaretti

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W. Kandinskij, Notte.

Bosco cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce 
poltrona
appisolarmi là
solo
in un caffé remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna

(G. Ungaretti, C’era una volta)

In “C’era una volta” il poeta si allontana per un momento dalla dimensione reale di guerra e si abbandona al sogno; sogna di potersi appisolare sul prato alla luce della luna. Il prato soffice come il velluto gli dà il senso di una comoda e calda poltrona in un caffè, remoto perchè lontano, illuminato da una luce fievole di cui è emblema la luce della luna. Nelle “Note” all’Allegria lo stesso Ungaretti ha affermato di riferirsi ad un “Caffè” preciso, ossia quello parigino, frequentato dai suoi amici che collaboravano alla rivista neoellenica “Grammata” e dove lui andava insieme all’amico egiziano Moammed Sceab a cui è dedicata il componimento “In memoria”. Il titolo “C’era una volta” è una chiave di lettura : Il C’era una volta, infatti, è l’espressione con cui in genere si iniziano a raccontare le fiabe e a tal proposito il bosco ( riferito anche all’ambientazione reale di Bosco Cappuccio ), il verde del prato, la luna sembrano conferire al sogno un aspetto fiabesco ; ma il “C’era una volta” potrebbe stare ad indicare anche il fatto che quello che il poeta sogna fa parte di un passato lontano che si pone in contrapposizione allo stato di guerra in cui si trovava.

 
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