Botticelli e la burla nascosta nel dipinto

Di Laura Corchia

“Dov’è fra Martino? É scappato. E dov’è andato? É fuori della porta al prato”.

Non è una filastrocca, ma una serie di frasi scoperte dai restauratori nel codice di geometria spalancato alle spalle del Sant’Agostino dipinto da Botticelli nel 1480. Una innocente burla rivolta contro il camerlengo del convento che non pagava i conti o riferita alle scappatelle di un frate alle quali Botticelli aveva suo malgrado assistito mentre lavorava nella chiesa. Botticelli non era nuovo a trovate del genere e il Vasari lo descriveva come “una persona molto piacevole e faceta e sempre baie e piacevolezze si facevano in bottega sua, dove continovamente tenne a imparare infiniti giovani , i quali molte giostre e uccellamenti usavano farsi l’un l’altro”.

 

Comunque sia, quelle due righe e mezzo temperano il rigore con il quale l’artista si era impegnato nell’opera. Sono un tocco di goliardia, un atto che connota la personalità di uno degli artisti più importanti del secolo.

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La biblioteca in cui si trova S. Agostino è all’uso umanistico: osservando bene lo scaffale all’altezza della testa del santo ci si accorge che i libri sono appoggiati frontalmente e non con il dorso; uno di questi è aperto e reca i triangoli con i teoremi di Pitagora e le relative dimostrazioni. L’opera viene citata anche dagli antichi studiosi, quali l’AIbertini (1510), di cui ne parla facendone anche presente il committente, uno della famiglia Vespucci (il cui stemma è dipinto sull’architrave) che non si limitava a richiedere i lavori d’affresco soltanto al Botticelli ma anche al Ghirlandaio. Infatti insieme al Sant’Agostino c’è il San Gerolamo dello stesso Ghirlandaio. Nel 1564, durante i lavori di restaurazione della chiesa, vennero demoliti tramezzi del coro, quindi, con un lavoro di complessa ingegneria, i due affreschi furono riportati sulla parete della navata.

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