Banksy e la Street art da due milioni di dollari

di Valentina Grispo

Che cos’è l’arte ? Questa è la domanda che ha impegnato a lungo la teoria estetica senza, tuttavia, trovare una risposta definitiva.

A mettere ancora in discussione questo concetto è la Street art, quell’arte fatta dalla gente comune, con cui veniamo a contatto ogni giorno senza neanche prestarle troppa attenzione; Ma cosa accade quando alcune di queste opere sono valutate milioni di dollari?

Banksy è l’artista contemporaneo che con la sua arte, fatta nella strada e per la strada, sfida i cliché dell’arte istituzionale, le sue opere sebbene si trovino su pezzi di muri, salacinesche o nelle discariche sono entrate a tutti gli effetti a far parte del mercato dell’arte, fino a raggiungere il record d’asta per la sua opera “Keep it Spotless”, realizzata in collaborazione con l’artista Damien Hirst, venduta per 1,8 milioni di dollari a New York nel 2008.

Provocatorio, emblematico e ipegnato socialmente, questo è quanto si può dedurre dalle sue opere; Banksy, infatti, riesce ancora nell’era dei social a tenere nascosta la sua identita, non solo per contribuire a costruire su di sé il personaggio come oggi lo conosciamo, ma forse, soprattutto, per ragioni legali in quanto è cosiderato un criminale a tutti gli effetti dal momento che “imbratta” spazi pubblici e privati.

Ma se da un lato sfugge ai social , dall’altro sfrutta tutte le potenzialità di questi nuovi mezzi di comunicazione, utilizzandoli come strumenti per la diffusione delle sue opere: essendo la street art una forma d’arte senza proprietario solo le opere che si trovano sui suoi profili social sono considerate originali. Si serve spesso anche della viralità dei contenuti web per dar vita a vere e proprie cacce al tesoro, fornendo, come avvenne nell’ottobre 2013 a New York, le coordinate dell’ubicazione delle sue opere, iniziative che hanno provocato affollamenti di persone e disordini, gestiti spesso con l’intervento delle forze dell’ordine.

A far tornare a parlare di questo eclettico artista è stata la foto postata lo scorso 26 gennaio 2018 sul suo account instagram che ritrae una delle sue nuove opere realizzata sul ponte abbandonato di Scott Street a Kingstone Upon Hull , nel Regno Unito, percepita come una forte polemica rivolta alla Brexit : un bambino con uno scolapasta in testa, mantello, scudo e spada finta in mano a cui è legata sulla punta una matita, viene ritratto nel gesto di urlare “Draw the raised bridge”. Questo stencil è stato interpretato come un sottile messaggio verso tutti coloro che hanno votato per la Brexit, cancellando di fatto il ponte tra la Gran Bretagna e il resto di Europa. Messaggi come questo caratterizzano la poetica di Banksy, che mira a stupire con sottili analogie e talvolta a scandalizzare l’opinione pubblica, ma sicuramente con le sue opere d’impatto fa riflettere su i temi caldi che caratterizzano la contemporaneità.

Se trovaste una bancarella per strada gestita da un anziano signore che mette in vendita per 60 dollari l’uno delle tele decorate con i motivi dell’arte di strada le comprereste?

Banksy ricrea questa situazione, come una sorta di esperimento sociale, a New York mettendo in vendita in totale anonimato alcune e sue opere originali, facendo filmare durante il corso della giornata la bancarella per valutare l’andamento delle vendite. Quasi nessuno si fermava a comprare quelle che pensavano essere delle tele senza un valore, molti contrattavano per il prezzo, per un totale di meno di 10 pezzi venduti in una giornata. Il giorno dopo Banksy rese pubblico il filmato e automaticamente il fatto che coloro che avevano comprato quelle opere possedeva un originale del valore di minimo 200.000 dollari.

Questa è solo una delle provocazioni rivolte alla società americana che si può tradurre con la domanda: cosa stabilisce il valore di un’opera, l’opera in sé o quanto è valutata sul mercato?

1 ottobre 2013, New York: Banksy annuncia tramite la sua pagina instagram “the street is in play” dando ufficialmente il via alla sua mostra “Better out then in”, postando la prima della serie delle suo opere che appartengono a questa atipica collezione. Era stato reso precedentemente pubblico che si sarebbe trasferito per un mese in città e che avrebbe realizzato giorno per giorno in diverse strade di New York le sue opere. Folle di persone, guidate dagli indirizzi da lui forniti tramite i suoi social, si recavano nei vari luoghi che per qualche ora diventavano delle vere e proprie esposizioni che coinvolgevano un numero di persone pari a quello che si raduna quotidianamente davanti a ” La Gioconda” al Louvre. Solo i più veloci e i più fortunati riuscivano, però, a vedere le opere, o immediatamente coperte da vernice o portate via da chi sperava di rivenderle. L’intero progetto di Banksy a New York è raccontato nel documentario del regista Chris Moukarbel, prodotto da HBO, “Banksy does New York ” (2014), incentrato sulla figura delo street artist e sull’impatto che ebbe nella società Americana.

Le reazioni delle persone sono in questa prospettiva parte integrante della performance artistica pensata da Banksy, come sottolinea il filosofo contemporaneo Shusterman in riferimento agli oggetti d’arte: “senza un soggetto che fa esperienza essi sono morti e privi di significato”. La fruizione, nell’ambito di una concezione dell’arte come esperienza, infatti, si prospetta come una produzione creativa in cui il lettore ricostruisce attivamente l’oggetto estetico.

Anche se qualcuno ancora si ostina a definire “arte” solo ciò che si trova incorniciato in un museo, è innegabile l’impatto che personalità come queste hanno nello scenario artistico contemporaneo, le performance artistiche che nascono e si esauriscono circoscrivendo un “quì” e un “adesso” caratterizzano la contemporaneità e ne ricalcano la fugacità : “L’esperienza estetica risplende come bellezza vivente non solo perchè è circondata dalla morte del disordine e della routine monotona, ma perchè il suo corso scintillante è proiezione del processo del suo morire mentre vive.” Shusterman.

Bibliografia:

Richard Shusterman, “Estetica pragmatista”, Aestethica 2010

 

 
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